La fitodepurazione è una tecnologia che impiega i batteri per depurare l’acqua da carichi organici e inquinanti, ad esempio gli scarichi fognari. Cosa c'entrano le piante?

Le piante, o meglio le radici delle piante, sono il posto ideale dove le comunità batteriche possono aderire, proliferare e fare il loro mestiere di mangiare “schifezze”. Le piante che lo fanno meglio sono quelle tipiche delle aree umide, in quanto già adattate a vivere in acqua e perché sviluppano degli apparati radicali molto vasti. La pianta maggiormente utilizzata per questo genere di impianti è la cannuccia di palude (Phragmites australis), ma ne esistono tante altre in grado di svolgere ottimamente la stessa funzione e che possono risultare esteticamente più gradevoli, come ad esempio, il giaggiolo acquatico (Iris pseudacorus), la salcerella (Lythrum salicaria) o il giunco (Juncus effusus).

Solitamente gli impianti di fitodepurazione sono dei letti di ghiaia piantumati con specie erbacee, nei quali viene fatta scorrere l’acqua da depurare. Se l’impianto è ben progettato, l’acqua in uscita è depurata da sostanze organiche e inorganiche e può essere quindi riutilizzata per irrigare o essere reimmessa nei corsi d’acqua senza rischio di inquinare. 

Non solo fitodepurazione, ma anche specie idonee ai recuperi ambientali di zone degradate, recupero di cave e zone umide, molto importanti a livello naturalistico e habitat prioritari per le direttive europee.

Sono disponibili tutte le specie maggiormente utilizzate in grandi quantitativi per soddisfare le esigenze sia di piccoli che di grandi impianti.